Google Glass e la perdita della privacy

Pubblicato il 15 dicembre, 2013 |

Ha catturato l’attenzione di alcune testate giornalistiche e, a seguire, degli utenti della Rete, l’episodio capitato a Nick Starr e i suoi Google Glass.

Le cronache raccontano di come l’ingegnere Starr sia stato allontanato dal ristorante dove si era recato per pranzare, a seguito del suo comportamento da spione. Si, perché Starr indossava i Google Glass e non si limitava a guardare il proprio piatto, fotografando le pietanze e condividendole in Rete (comportamento che i ristoratori tendono sempre più ad accettare, cercando nuove modalità di promozione a costo zero: ovvero, gli utenti fanno pubblicità per te. Se il cibo è buono). Il proprietario del 5 Point Café, questo il nome del locale, sembra aver aperto una crociata contro questo dispositivo tecnologico all’insegna della difesa della privacy.

Il succo della diatriba è “chi ti autorizza a fotografare le persone che sono presenti nel locale?“.

La domanda, di per sé, è legittima. Come sempre, nulla di nuovo all’orizzonte se riflettiamo su come l’era digitale abbia sdoganato la “fotografia selvaggia” tra giovanissimi, giovani e adulti. Una foto per strada, una in un negozio, una al parco, una al ristorante etc. E, tra un click e l’altro, poco ci si sofferma su chi compaia nell’inquadratura, magari sullo sfondo. Ancor prima dell’era digitale, ciò avveniva con qualsiasi fotografia e/o videoripresa amatoriale.

Ciò che cambia è però il raggio di propagazione degli scatti. Negli anni a.C. (avanti Computer :p), si sviluppava la foto e la si mostrava a qualche amico. Negli anni d.C. (dopo Computer), gli amici sono su Facebook, su Instagram, su Twitter, sul blog. E non sono solo “amici”.

Il tema è interessante e anche di difficile risoluzione. È un po’ come se, decenni fa, Alfred Eisenstaedt fosse stato denunciato dalla signora sullo sfondo perché fotografata senza la propria autorizzazione.

Tecnologicamente, gli occhiali di Google (o altri device simili) potrebbero senza grossi problemi cancellare i volti delle persone che non ci interessano, con procedure più o meno automatizzate, con o senza l’intervento dell’utente. Oppure, forse, un giorno indosseremo tutti dei piccoli dispositivi sul volto (orecchini, ciondoli, occhiali) che inibiranno la foto-video ripresa del nostro volto, oscurandolo automaticamente: basti vedere gli occhiali (sempre loro!) creati dall’Istituto Nazionale di Informatica in Giappone.

Quando i Google Glass spopoleranno, sarà sicuramente compito dei governi stabilire delle leggi ad hoc. Non sono un esperto di diritto ma vedo difficile una soluzione che non coinvolga, in qualche modo, una programmazione dei software.

Ma la privacy è uno solo dei tanti aspetti che il dispositivo di Google infrange.

In questi giorni mi è capitato di visitare un museo d’arte dove, come spesso capita, v’è il divieto di fare foto. Sappiamo benissimo che il turista medio trova mille modi, anche con abili contorsioni, per riuscire a rubare uno scatto, non visto dai sorveglianti. Vedendo alcune di queste scene mi è venuto in mente che, dopotutto, con i Google Glass basterà inquadrare un dipinto per poterlo fotografare. Certo, direte voi, si potrà impedire di entrare nei musei con tali occhiali. Ma, chiediamoci, se la tecnologia sarà integrata con tradizionali occhiali da vista, indistinguibili, chi potrà controllare e vietarci l’ingresso?

Ancora una volta, l’aiuto potrebbe venire dalla tecnologia applicata, questa volta, non all’utente ma al dipinto, ovvero all’oggetto ritratto. Un sistema che riconosca la presenza di dispositivi di ripresa e ne disattivi il funzionamento. Google potrebbe venire incontro a questa esigenza, prevedendo nel suo stesso dispositivo, un sistema di segnalazione della propria presenza.

Che poi, puntualmente, sarà disattivato dalle comunità hacker.

 

Stiamo dunque entrando nell’era in cui la privacy non esisterà più? 

Intanto, i GG vengono testati anche in ambiente medico. Mica male… ma se si appannano?

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