Cosa non ci resta della morte

Pubblicato il 3 maggio, 2013 |

La morte, prima o poi, colpisce tutti noi. Indirettamente (la perdita di un caro) o direttamente (la nostra). Nel secondo caso, in mancanza di testimonianze che dicano il contrario, non abbiamo la possibilità di percepire e gestire la fase post-trauma.

Riflettendo però sulla morte mi sono reso conto di come ciò che più manca non sia tanto la persona in sé, intesa come “corpo”. Certo, ci mancano gli abbracci, gli scambi verbali, la voce. Ci manca, in sintesi, la presenza di un corpo che si muove nei nostri stessi spazi.

Credo però che ciò che più manca, il vuoto che più di tutto crea la morte, sia quello della “conoscenza”, intesa come bagaglio di sapere che ogni singola persona ha acquisito nel corso della propria vita. Un bagaglio fatto di studi, di esperienze di vite, di sensazioni, di proprie riflessioni. Ciò che ci manca è, dunque, la conoscenza.

Da sempre si discute della possibilità di estendere la vita dell’uomo. Scienza, tecnologia e medicina, hanno consentito di allungare sensibilmente la vita media di un individuo. Si può arrivare con “tranquillità” ai 100 anni e anche oltre. Più o meno in salute, il nostro corpo protrae il proprio funzionamento, quello dei propri organi, il battito cardiaco, per lunghi anni.

La domanda “vorresti vivere per sempre?” non ha una risposta facile. Alcuni direbbero di sì ma poi, riflettendo sullo stato del proprio corpo, potrebbero cambiare idea. Giungere a 300 anni con un corpo che non è in grado di muoversi, vorrebbe dire rimanere imprigionati in un involucro. Meglio la morte, probabilmente.

La scienza ha consentito di effettuare trapianti di organi e innesti nel corpo, così da permetterne il corretto funzionamento. Ciò che non è riuscita a fare è consentire di trapiantare il cervello di un individuo nel corpo di un altro.
E allora, sorge una nuova domanda: “saresti disposto a farti trapiantare il cervello in un altro corpo”. Anche qui, la filosofia, la psicologia, la sociologia (per non dire la letteratura), ne hanno discusso a lungo. Subentra un problema di identità: chi sono IO? il mio corpo, fatto di sangue, ossa e carne, o la mia mente, fatta di ricordi?

Tornando quindi al tema della morte, ciò che mi sento di dire che manca di più quando scompare una persona cara, è il suo “sapere“: le esperienze che ha fatto, i ricordi che ha costruito, le nozioni che ha acquisito. Manca la possibilità di poter fare ricorso ad una risorsa: il non poter più chiedere “che mi consigli? che mi racconti? cos’hai fatto nella tua vita?”. Tutte domande che, forse, ci pentiamo di non aver fatto quando ne eravamo ancora in tempo. Dopotutto, sarebbe difficile avere un resoconto puntuale di tutti i momenti della vita di un uomo.

E allora? La tecnologia mi auguro un giorno possa aiutarci. Avere la possibilità, come il cinema e la letteratura fantascientifica hanno illustrato in numerose occasioni, di poter esportare la nostra memoria, i nostri ricordi. Come singoli file, come un lungo filmato (il cosiddetto uploading, di cui il movimento transumanista è un forte sostenitore). Un insieme di informazioni che però possano essere interrogate come se la persona proprietaria di quelle informazioni fosse lì viva, in carne e ossa, a risponderci.

La Microsoft, come anche Google, ad esempio, hanno studiato e realizzato sistemi che consentissero di registrare tutto ciò che viviamo e percepiamo. Una telecamera che riprende e registra le nostre azioni e le nostre parole. Punto. Una tecnologia valida in grado di registrare le nostre elaborazioni cognitive, che mi risulti, non esiste ancora.

Non è un problema di “spazio”: salvare la memoria di una persona che ha vissuto 70 anni, non sarebbe un problema insormontabile, anche se fossero necessari migliaia di terabyte. Il punto è capire come registarli.

Nello studio delle interfacce culturali, abbiamo imparato a ragionare in termini di rappresentazione numerica e di transcodifica. Tutto può essere convertito in digitale. “Tutto” ma non tutto. Sarebbe necessario trovare un sistema che tenga traccia di tutti i processi cerebrali che si trasformano in ricordi, in informazioni. Impulsi elettrici che, come è accaduto con la musica, possano essere quantificati e codificati. La musica – come la voce – era infatti considerata al pari dell’aria: qualcosa di non afferrabile, di intangibile. E, come tale, non poteva essere chiusa in una scatola. Non poteva essere “conservata”.

La storia ci ha poi mostrato il contrario.

Ebbene, forse un giorno riusciremo anche a chiudere i nostri ricordi in una scatola, in attesa che qualcuno la apra e ci chieda com’era la vita ai nostri tempi.

Questa, forse, sarà davvero la vita eterna.

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